Il signore delle formiche: la recensione del film

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di Angela Ganci, psicologo psicoterapeuta, giornalista, scrittrice
Il signore delle formiche per la regia di Gianni Amelio con Elio Germano, Sara Serraiocco, Luigi Lo Cascio e Leonardo Maltese.
Questo uno dei film più intensi e impegnati attualmente visibili
nelle sale cinematografiche che si ispira alla storia vera di Aldo Braibanti, uno scrittore italiano che nel 1968 fu prima accusato e in seguito condannato per plagio.
Primavera del 1959-1969, l’arco temporale in cui il film si sviluppa, con un incipit notevole, dai toni accusatori e ghettizzanti. “Un pederasta, il Braibanti”, ecco le parole iniziali della madre di Ettore, il giovane presunta vittima dell’abile abusatore (interpretato da un eccellente Leonardo Maltese), un uomo invertito, pericoloso, da tenere lontano, perché “quelli come lui li mandano al confino”, come sentenzia il padre di Ettore. In verità (e questo sarà chiaro ben presto) un uomo che non aveva commesso plagio, nella misura in cui l’imputazione serviva a coprire la vera accusa, quella di omosessualità, improponibile in un’epoca permeata ancora da una certa linea fascista che rifiutava l’idea stessa del “Frocio” (termine letteralmente utilizzato nella pellicola).
Ma chi era veramente Aldo Braibanti? Poeta, drammaturgo, mirmecologo, ex partigiano, ex dirigente comunista, appunto condannato per plagio nel 1968, dopo un processo che divenne un caso nell’Italia bigotta degli anni ’60. Un “plagio” che riguardava nella sostanza l’amore, misto di cultura e sessualità, tra il Braibanti e il giovane allievo Ettore, consenziente e maggiorenne.
Ciò che avvince, nel film di Gianni Amelio, a parte l’ambientazione letteraria e le scene veementi di un Lo Cascio al massimo della forma, sono indubbiamente le scene di un processo destinato a rivelare verità terribili (udibili solo a porte chiuse), scene rilevanti perché rispettano i verbali del dibattimento, mentre è creazione artistica la presenza dell’immaginario cronista dell’Unità (Elio Germano), figura stimolante nel film che spronerà il Braibanti a “dire tutto sul suo amore per il giovane, perché l’Amore non è un reato e come tale non può essere oggetto di tribunali”.
Eppure in un tribunale si svolge buona parte del film, alla presenza di un “intellettuale sterile che non riesce a farsi pubblicare un rigo”, che “odia le donne, ma non le formiche”, di una madre affranta per la sorte del figlio, ma che alla fine sarà la prima ad abbandonarlo in un ospedale psichiatrico, visionando la scritta in Assise un filosofo per plagio, sentendo declamare l’articolo 603 del codice penale, mentre ci chiediamo se davvero ci troviamo di fronte a un processo che salverà i giovani facendo scoprire il Male, perché “per gli invertiti ci sono due strade, o si curano o si ammazzano”.
In attesa di un giudizio personale e collettivo, in linea o meno con quello appena riportato, colpisce e intenerisce sicuramente il giovane “plagiato”, potremmo dire, vittima di una società ancora intrisa di elettroshock quale panacea dei Mali, abbandonato dalla famiglia per la sua condizione, anzi abbruttito dai farmaci e dal dolore di un Amore negato, ma spontaneo, comune, un sentimento non creduto dagli altri, inesprimibile per i tempi, impossibile da poter esistere, a detta degli altri, come sentimento condiviso, maturo e nobile.
Per chi ha già visto Hammamet, Amelio parte dalla realtà per raccontare una verità. Ma quale Verità? Non gli anni ’60, pur ricostruiti con la rabbia di chi si è sentito dire, in quei tempi,”Se sei omosessuale, o ti curi o ti spari”, ma l’Italia odierna, in cui ancora si parla di “devianze”, “rapporti sessuali contronatura”, mentre è noto come l’omosessualità non sia più considerata malattia mentale dal lontano 1973. Una società in cui la “fluidità” tanto decantata al cinema deve ancora fare passi da gigante nella vita reale, ancora poco pronta, frenata da un potere ancora troppo poco sensibile all’Amore “al di là del genere”.
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