Elvis la leggenda del rock, recensione del film

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di Angela Ganci, psicologo psicoterapeuta, giornalista, scrittrice

 

Sono colui che ha dato al mondo Elvis Presley, eppure c’è qualcuno che vorrebbe farmi passare per il cattivo della situazione. Sono colui che lha creato, non che lha ucciso. E non lhanno ucciso il cuore o le pillole, ma lamore, lamore per il pubblico.

Questo l’incipit e il finale di Elvis, il più grande uomo di spettacolo del ventesimo secolo, film biografico del mito Presley (Tupelo, 8/1/1935 – Memphis, 16/8/1977) con Austin Butler (17/8/1991) che lo interpreta, per la regia sfavillante di Baz Lurhmann, nelle sale italiane dallo scorso 22 Giugno, distribuzione Warner Bros. Pictures Italia, per un totale di incassi precisamente di 108.918 euro, calcolati martedì 28 giugno 2022.

Elvis, l’Eroe del rock’n’roll, il primo rocker della storia, colui che ha inventato il rock moderno, il rocker adorato, il più protetto in termini di sicurezza, con un progetto di quindici concerti in quindici città diverse in quindici giorni, con un miliardo e mezzo di spettatori via satellite, il ragazzo colmo di talento e dedizione, fascinoso e carismatico.

Il regista nel film usa i ricordi del colonnello Parker (un Tom Hanks gonfiato dal trucco) per ricostruire le tappe della carriera di Elvis the Pelvis su tre episodi: l’infanzia povera, nell’unica famiglia bianca in un quartiere nero, quindi l’incontro con il Colonnello Parker (Tom Hanks) e il successo repentino a 19 anni, quindi il1968: la crisi, la rinascita e la ricaduta.  Il rapporto tra lui e il colonnello Parker attraversa circa venti anni: ascesa, caduta, risalita, morte, con un picco ipnotico nel concerto della resurrezione, mentre Elvis canta Suspicious Mind.  

Lo scopo del regista? Non tanto svelare segreti o azzardare rivelazioni, quanto immergere lo spettatore che si immagina nato dopo la morte di Elvis (avvenuta a 42 anni, il 16 agosto 1977) nel flusso musicale delle sue canzoni senza tempo, eseguite anche da una serie di gruppi in cui spiccano gli ormai celebri Måneskin.

Elvis, sembra proprio di poter dire, è un tributo all’uomo e all’artista non solo attraverso la sua leggendaria musica,ma soprattutto attraverso quel senso di spettacolo e di intrattenimento che da sempre ha caratterizzato la sua carriera, portandolo a definirsi l’artista più famoso e amato al mondo.

Da un lato l‘imbonitore-colonnello-manager, quello che sceglie il fenomeno da baraccone, dall’altro il Mito, che il manager sfruttato prendendo il 50 percento delle sue entrate e che ne ha causato la morte.

Parker, uomo spregiudicato, abile, tratteneva (questa è ormai cronaca) il 50 per cento degli incassi di Elvis, cifra ritenuta succcessivamente in sede legale «eccessiva e indecente». Nel film il manager antieroe appare con un enorme doppio mento, il riporto gli attraversa il cranio, i trucchi lo ingrassano di venti chili, in uno shock cinematografico in cui comunque resta centrale il superpotere della musica, del Mito.

Gelatina nei capelli e trucco da donna il segreto svelato del successo del Mito, in un film ammaliato dalla voce del supereroe, mentre il vestito rosa luccica sul palco tra le grida del pubblico femminile che lo vuole “ancheggiare” per un successo garantito.

Elvis che le ragazze volevano mangiarsi vivo, il più grande fenomeno da fiera, a Memphis, nelle parole del manager.

Sì, quel bianco che ha fatto quel disco di cui parlano tutti, per un film dal grande stile, un uomo che spezza cuori e porta a lanciare indumenti intimi sul palco.

Una vita in tournée, per un giovane però smarrito, affranto, che fa finta che tutto vada bene in famiglia, fino all’incontro con quel colonnello che riuscirà a farlo sentire meno solo e gli regalerà dischi d’oro e montagne di quattrini, in un inno al merchandising con la foto di Elvis stampata su magliette e sciarpe. Soldi insieme a  una serie nutrita di critiche per bandirlo dalla televisione perché ancheggiatore, animalesco e volgare, appunto, come la storia ricorda Elvis The Pelvis. Elvis the Hips, il pelvico, il soprannome dato a Elvis Presley, derivato dalla parola hips, bacino (inteso come parte del corpo), perché Elvis Presley quando cantava muoveva il bacino in modo sensuale, scandalizzando i benpensanti agitando la zona pelvica i fianchi) in modo dirompente e scatenato.
Un animalesco seduttore, per l’epoca almeno, che moltivogliono in galera per reati di libidine, fino alla decisione riparatoria, che segna l’inizio della discesa, di inviarlo quale militare in Germania per due anni, in funzione antigalera con la promessa di divenire, al ritorno, un grande attore e terminare con la musica.

Quindi Hollywood, la “carriera nel gabinetto” per come si muoveva, la morte della madre per il confino in Germania e l’avventura a Hollywood television, con il ritorno del canto, sempre e comunque!

Perché in fondo gli intrattenitori sono imbonitori, che svuotano i portafogli alle ragazze e le lasciano con il sorriso, allora perché non allearsi per vincere insieme con la marca RCA, con l’unica clausola di liberarsi da tutti i legami? Niente amore, niente famiglia, solo le fan!

Fan sparse dalla Germania al Giappone, mentre alcuni gli suggeriscono di mollare il manager che gli tarpa le ali, non gli fa accettare concerti milionari, allora “È meglio chiudere con lui, guardandolo dritto negli occhi, complice la città di Las Vegas”.

Un incontro però non del tutto riuscito perché il colonnello è ormai malato di cuore, vuole ritirarsi e soprattutto riesce sempre a convincere il suo “ragazzo”, con la promessa di una “clamorosa pioggia di soldi”, mentre la luce di quella rockstar diventava più splendente di quindici anni prima. Un amore dato dai fan con cui neanche Priscilla, la moglie, interpretata da Olivia DeJonge, avrebbe potuto competere e che ha legato Elvis al manager a doppio mandato, nonostante molte contrarietà.

Agli spettatori l’onore e l’onere di valutare la bontà o la malvagità di un antieroe che ha dato al mondo un Eroe (seppur solo, sperduto, che non vive fuori dal palco, che dipende dall’applauso dei fan, che ingurgita pasticche, che non ha psogni, che a quarant’anni dice di non lasciare niente al mondo, che muore a 42 anni, che non fà più l’amore con la moglie, che viene lasciato dalla stessa, infelice, che dà agi ai genitori inutilmente, ma che infine ha il coraggio di licenziare pubblicamente il manager che gli spilla la metà dei suoi incassi, che gli proibisce di andare all’estero, che non ha pietà di lui neanche di fronte a un malore prima di un concerto e spinge il medico a metterlo in sesto senza anullare l’evento fruttuoso, perché deve saldare i propri debiti e non ha nazionalità, quindi non può uscire fuori dalla nazione, “pezzo di merda, truffatore, faccia da maiale”).

Un antieroe, il colonnello, destinato a morire, il grande manager, solo, proprio come l’eroe da lui generato, anziano, in ospedale, di fronte ai grattacieli luminosi di Las Vegas, dove finirà i suoi giorni, da dove aprirà e chiuderà le scene il film stesso.

E mentre il colonnello visse gli ultimi suoi anni vagabondando per i casinò di Las Vegas e dissipando il suo patrimonio, il mondo oggi vanta una conquista che compensa ogni perdita o disgrazia: Elvis Presley, l’artista solista che ha venduto più dischi nella storia della musica. Queste le ultime parole scritte su una pellicola che, senza ombra di dubbio, a parte quei “lunghi 150 minuti di Divinità”, è già una leggenda, come Elvis è, senza ombra di dubbio, ancora oggi, “indiscussaleggenda del Rock.

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