Nostalgia, la recensione del film

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di Angela Ganci, psicologo psicoterapeuta, giornalista, scrittrice
Un bacio struggente alla madre canuta e dalle mani rugose e dolci, un ambiente rustico e un dialogo iniziale che racconta fatti storici: una casa nuova, non troppo gradita, e l’accumulo di soldi, in cambio della casa di famiglia, ricordo dei tempi lontani in cui “c’era il lavoro”. Un passato che si scontra con un presente diverso, in cui non “si lavora” e tutto è in mano ai cinesi delinquenti, giustificando una casa più piccola e dei soldi aggiuntivi, in un cassetto.
Queste le prime battute di Nostalgia, film del 2022 diretto da Mario Martone e distribuito da Medusa Film, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 2016 di Ermanno Rea, con protagonista Pierfrancesco Favino, presentato in concorso al Festival di Cannes 2022.
Una trama affatto scontata, infarcita di musiche struggenti di sottofondo e di paesaggi naturalistici che regalano freschezza e vita a una trama per molti versi pesante, sanguinaria, dura da digerire, dalle immagini talora fastidiose per qualche sensibile telespettatore.
Ma andiamo per gradi: Felice (Pierfrancesco Favino) torna a casa nel capoluogo campano nel cuore del quartiere Sanità dopo quarant’anni di vita al Cairo, con quel visibile accento straniero a tratti poco comprensibile allo spettatore. La visita all’anziana madre (Aurora Quattrocchi), già citata in apertura della recensione, porta con sé tenerezza e dovere filiale: grazie alla ricchezza accumulata con il duro lavoro di anni, infatti, l’uomo regalerà alla povera donna una fine serena.
Si tratta qui di un affetto filiale davvero forte e suggestivo, forse per qualcuno eccessivo, nella visione di una madre nuda e dalla pelle cadente e rugosa, costretta a farsi lavare dal figlio in una tinozza di uno scantinato. Scena che probabilmente Martone avrà abbinato al carattere specifico di Felice, uomo buono, innocente, smaliziato, la cui assenza di ciò che si può definire Cattiveria sarà alla fine una delle peggiori armi a suo sfavore.
Ma perché Felice torna in patria dopo tutta una vita vissuta altrove, con una moglie innamorata che lo attende all’altro capo del Mondo intercalando il dialogo in un arabo astruso e sinceramente singolare nel contrasto con un napoletano verace che Felice si sforza di riconquistare?
Felice è scappato, a soli quindici anni, per salvarsi da una vita nel crimine, ma lo stesso non è stato per il suo caro amico d’infanzia Oreste, diventato il temuto da tutti “O Malommo” (Tommaso Ragno), uomo cinico e da non frequentare, il cui nome ha il potere di fare scacciare Felice perfino dal sacro prete, in quanto  fratello amico stretto del camorrista. Tutti uniti alla camorra, Oreste in persona, i figli, la moglie, persino la nonna di Oreste, in un racconto di una Napoli bella e dalle acque calde e affascinanti, ma terribilmente ferita e mortale.
Di rilievo, in questa malavita, la figura di Don Luigi (Francesco di Leva), prete di frontiera del quartiere Sanità, che aiuta Felice a ritrovare il suo passato, un passato di nostalgia che non permette al protagonista di andar via e lo consegna infine al suo inesorabile destino.
Nostalgia, quella calamita che ti lega al passato, anche se tutti dicono “Vattinni!”, tornatene in Africa! Una spinta ubiquitaria che sarà lo stesso monito di Oreste, ormai vecchio, dai capelli bianchi e dalla canottiera candida, che accetterà di incontrare Felice, scortato da un uomo di fiducia. Un Oreste non più in realtà tanto amico, che lo rimprovera di vigliaccheria e di essere partito in Africa lasciandolo nei guai, che quasi lo costringe ad andarsene da una Napoli senza speranza, come se il rimanere fosse una scelta stupida, ingenua, parecchio imprudente.
A dividere i due e a spingere Felice lontano da Napoli, infatti, un drammatico evento che potrebbe tornare a galla, benché, per quanto si susseguano gli avvertimenti, la nostalgia è troppa e Napoli non si abbandona.
“Io lo voglio incontrare, Oreste è come me”, dirà Felice e questo in un recupero nostalgico di “due cuori che non possono tradirsi”, anche se questa può esser solo l'”illusione di un nostalgico”.
E da nostalgico Felice vuole morire dove è nato, lo ripete e ci commuove, anche se questo significa motorini sfreccianti, malavita e camorra, una Napoli priva di luce, ma ineliminabile nel cuore di chi vi è nato e assolutamente contraddistinta da tramonti appassionati e acque e sabbie cristalline.
Una Napoli dura, spietata, in una promessa di morte davvero mantenuta, ma troppo precocemente.
Felice e il suo desiderio forte di morire nella propria patria, un desiderio esaudito che lo lascerà letteralmente a terra, in un voler morire davvero preso alla lettera, e proprio per mano di chi quella Napoli dura la incarna. Quel Fratello/Non fratello tanto amato e tanto ingrato e dimentico dell’affetto vero tra vecchi amici, l’unico, spinto dal cieco cinismo, a poter rendere reale un desiderio amaro per un finale amaro e ingiusto per lo spettatore ormai affezionato al buon cuore di Felice e alla sua invidiabile capacità di vedere solo il Buono dentro il Marcio di un antico Fratello irrimediabilmente corrotto e privo di umanita’.
Un destino segnato dalla nostalgia che si poteva evitare con la crudezza della realtà spietata di una camorra insaziabile, invece di optare per il ricordo di un passato nostalgico morto e in grado di dare la morte.
Un passato con geografia il Rione Sanità, nel ventre di Napoli, dalle radici profonde, che richiamano Felice alle proprie origini, e al profondo desiderio di ritrovare un’amicizia interrotta troppo bruscamente.
Perché se “la conoscenza è nostalgia. Chi non ha perso non possiede”, diceva Pasolini, a noi, agli affezionati di Favino, un bel po’ dispiace un epilogo nostalgico che suona più di fatale martirio in nome di un affetto fraterno visibilmente di tipo unilaterale.
Un martirio senza Ritorno, dove un riscatto non è veramente possibile, dove il Male vince sul Bene e il Buono. Ecco  allora inevitabile un consiglio di prudenza a chi volesse tornare sulla strada di ciò che si è perso: mai ci si può sentire al sicuro a lungo, protetti dal vicolo buio della nostalgia, da cui il senso salvifico di quel Vattinni! ripetuto come un mantra. Anche se, e Felice ce lo testimonia fino all’epilogo, un cuore nostalgico, per sua stessa natura, ignorerà a sue spese un tale saggio consiglio, pagandone fatalmente il prezzo.
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