Settembre: “Il film dei personaggi in cerca d’amore”

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di Angela Ganci, psicologo psicoterapeuta, scrittrice
Settembre, film di genere drammatico del 2022, diretto da Giulia Steigerwalt, con Fabrizio Bentivoglio e Barbara Ronchi, uscito al cinema il 5 maggio 2022 e distribuito da 01 Distribution.
Questi i tratti essenziali del film che segna il debutto dietro la macchina da presa di Giulia Louise Steigerwalt, già sceneggiatrice del film Marylin ha gli occhi neri con Stefano Accorsi e Myriam Leone, al suo primo film che si caratterizza come una commedia delicata adatta a ogni età.
Settembre, perché le storie sono ambientate in una Roma settembrina, storie che si intrecciano, storie di amori contorti, forse impossibili, di amori moderni, di tradimenti rudi e solitudini penose.
Questi i temi centrali della pellicola, che narra storie di uomini e donne comuni destinate a incrociarsi, a partire dalla storia del ginecologo Guglielmo (interpretato da Fabrizio Bentivoglio) che pensa solo al sesso con la diciottenne Ana (Tesa Litvan), ma che dimostrerà in seguito per lei un attaccamento romantico e affettivo, fino a quella della stessa Ana che conosce il panettiere Matteo, con il quale condivide eventi singolari come la frequenza della messa amata dalla stessa Ana e frequentata dal giovane solo per conquistarla e avere il suo numero di  cellulare. Un amore appena sbocciato destinato a spegnersi a causa di un lavoro inaccettabile e vergognoso (il mestiere più antico del mondo) fino alla rassegnazione di Ana per una vita che non si può prospettare differente. Ancora, la storia della moglie infelice, Francesca (Barbara Ronchi) sposata con Alberto (Andrea Sartoretti) che si sfoga con l’amica, perché non immaginava che “il matrimonio fosse così”, un’amica senza la quale “non ce l’avrebbe fatta e a cui dare un bacio saffico”, moglie infelice e anche donna con una paventata malattia, poi smentita dalla medicina, rappresentata dallo stesso ginecologo Bentivoglio.
Storie di vita, una “vita Strana”, a detta delle due amiche sdraiate sul divano abbracciate a consolarsi dell’infelicità, una vita di solitudine, quella del ginecologo che credeva di avere un rapporto speciale con la prostituta, comunque vite alla ricerca di una soluzione alla solitudine terribile.
Settembre, un film romantico e con tratti di disperazione, godibile fin nelle ultime scene, un film affatto leggero, ma profondo e didascalico, che regala ambientazioni e atmosfere quotidiane in cui tutti si possono rispecchiare, la famiglia, lo studio medico, il bus cittadino. Una pellicola che riesce a strappare anche qualche sorriso, a tratti amaro, che vale, a parere della scrivente, tutto il tempo della visione.
Emblematico senz’altro, tra le scene memorabili, l’incontro in un bar qualunque con una musica di sottofondo gradevole tra la paziente Francesca (sofferente perché crede di essere tradita, mentre invece il marito va a giocare a carte, “che c’è di peggio di un marito che pensa solo a se stesso? Così non c’è un motivo vero per cui restare sola”, un marito che non può lasciare perché “diverrebbe miserabile”) e il ginecologo (arrabbiato poiché lasciato dalla moglie in quanto “per lui l’amore era che lei si occupasse di lui, quando in realtà questo egoismo giustifica senza dubbio l’essere lasciati”).
Settembre, tradimenti e svelamenti, abbandoni e scoperte giovanili, per una commedia tragicomica sulle difficoltà ineliminabili delle relazioni umane e sull’amore che non conosce orientamenti sessuali, un inno all’amore coraggioso che lascia ciò che lo rende infelice perché, come trapela alla fine, “a un certo punto capisci”. Capisci per esempio che la differenza di età, ovvero le difficoltà legate al proprio stile di vita, non possono contare affinché l’amore trionfi e si abbia il coraggio di fare una scelta di vita in comune, che valga una vita intera.
Settembre, un film spontaneo, capace di parlare direttamente al pubblico, che riesce a parlare della società attraverso storie individuali. Un film dove regnano solitudine e speranza, nuove forme di affetto e di famiglia, senza giudizio alcuno da parte della regista, in una descrizione lineare e senza giri di parole fatta dal cinema italiano del rapporto genitori-figli di oggi.
Un film degno di divenire un cult e che bisognerebbe rivedere più di una volta per cogliere il messaggio profondo di carattere sociale che esso veicola, al di là delle singolarità  raccontate, delle “vite Strane” che di “Strano”, in una società ipermoderna, appaiono davvero avere ben poco.
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