HILL OF VISION: LA RECENSIONE DEL FILM

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di Angela Ganci, psicologo psicoterapeuta, giornalista, scrittrice

“Mai avere paura, come un vero fascista che non ha paura di niente”: questa una delle prime frasi pronunciate dal padre di Mario, il protagonista di Hill of Vision, film di Roberto Faenza, di genere drammatico, biografico, uscito nelle sale italiane il 16 giugno scorso e distribuito da Altre Storie.

Hill of Vision, film ambientato in Italia durante gli anni della Seconda guerra mondiale, racconta la storia di Mario (Lorenzo Ciamei), un bambino di quattro anni divenuto vagabondo, dopo che sua madre è stata arrestata e deportata dai fascisti in un campo di sterminio, e la cui infanzia trascorre per strada, cercando in ogni modo di sopravvivere, con l’aiuto di quelli che poi diverranno veri e propri amici di mille avventure.

Con la fine della guerra il bambino ritroverà sua madre, ancora viva, una madre amorevole e sofferente per la distanza del figlio (con una smagliante Laura Haddock), e insieme decideranno di ricominciare una nuova vita lontano, in America, trasferendosi nella comunità quacchera, nota come Hill of Vision, benchè Mario non riesca ad ambientarsi. Importante per lui sarà lo zio fisico e la nascente passione per la scienza, che gli permetteranno di ritrovare quella quiete e quella normalità, che la guerra gli aveva portato via.

Questa la trama in breve: ciò che spicca in questo film, a parte le ambientazioni di guerra e rovina e di miseria umana collegata a degli innocenti bambini vagabondi, sporchi e dediti al furto, il personaggio iniziale del padre di Mario duro, combattente, che parte in guerra, mentre la madre non farà ritorno per tutta la prima parte del film, quando il figlio si chiede invece il momento in cuitornerà, senza vederla mai.

Un bambino che costituisce un pericolo, perché figlio di un’Americana, un bambino che decide perciò di fuggire per non costituire un danno, in cerca di fortuna, un bambino affamato che incontra altri bambini affamati.

Una vita, quella del Premio Nobel per la Medicina Mario Capecchi, raccontata con slancio e passione, come deve essere ogni storia densa di vita.

Il mondo non è fatto di signori gentili, ma di cani arrabbiati, queste le parole della vagabonda del gruppo di vagabondi in cui Mario va a finire, una ragazzina sporca e avvezza al furto, di cui finirà per chiedere la mano, per una vita di disagi e speranze di ritrovare in vita la propria madre amata.

Una madre amata e difesa, un padre ritrovato combattente, ferito in guerra e non più orgoglioso combattente come un tempo.

E poi ecco l’esperienza dell’orfanotrofio, come una prigione, con l’accanimento sui più deboli, in un’escalation di vicende amare e abbandoni duraturi, con un’orda di bambini vendicativi nei confronti di un orfanotrofio inospitale e dei suoi gestori ben poco umani.

Un orfanotrofio come scuola e famiglia, ma in realtà la strada come maestra, senza la qualenon si potrebbe sopravvivere agli orrori della guerra.

Fin qui la prima parte di Hill of Vision, che descrive la vita dello scienziato prima del secondo conflitto mondiale, parte in cui il regista spinge lo spettatore a riflettere sulle disagevoli condizioni dei bambini di guerra. Condizioni che sembrano mutare per Mario al ritrovamento della madre e all’inizio di una vita “civile”, sennonché la differenza tra la prima e la seconda metà del racconto toglie immediatezza al film e qualche personaggio secondario manca del minimo approfondimento psicologico.

Una folla di personaggi, dal preside allo psicologo quasi buffo e poco autorevole agli zii amorevoli, fino ai sempre vicini “amici di strada” ambientano il post-intervallo del film dove il vagabondo pare non accettare le norme sociali dell’evoluta America. Un bambino ribelle a ogni regola, impulsivo (Mario non riesce a integrarsi, non è mai andato a scuola, non sa scrivere, ruba di nascosto il cibo da tavola, risolve gli alterchi coi compagni con la violenza), ripudiato dal preside della sua scuola, da “rieducare”con al seguito insegnanti ad personam. Lo stesso bambino destinato a divenire l’adulto premio Nobel per la medicina nel 2007 che tutti conosciamo, a causa dei suoi studi sullansia quale male mondiale, riconoscimento suggellato da una finale premiazione meritata, frutto di una passione scientifica e di tristi vicissitudini infantili degne di riscatto, per una storia portatrice sana di messaggi importanti e di speranza.

Hill of vision, un susseguirsi di vicende che avrebbero dell’incredibile se non fossero invece tutte vere e documentate, dove la parola speranza trova una sua concretezza almeno nella vite dei singoli.

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