“La doppia vita di Madeleine Collins”, la recensione del film

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di Angela Ganci, psicologo psicoterapeuta, giornalista, scrittrice.
“La doppia vita di Madeleine Collins”, film thriller-drammatico, nelle sale cinematografiche dal 2 Giugno scorso, per una distribuzione Movies Inspired 2022, vede protagonista Virginie Efira, attrice e conduttrice televisiva belga naturalizzata francese, che, in questa pellicola da gustare all’ultimo sospiro, veste i panni di Judith Fauvet, avvenente quanto contorta donna dalla doppia vita, immortalata dalle cineprese del regista Antoine Barraud.
Una doppia vita, una vita parallela vissuta tutta al femminile, tra la Svizzera e la Francia. Da una parte la Judith compagna di Abdel Soriano (Quim Gutiérrez) con il quale cresce una bambina, dall’altra moglie di Melvil Fauvet (Bruno Salomone), padre di due adolescenti. Un equilibrio, anzi un equilibrismo, che desta inizialmente quasi ammirazione nello spettatore, per la maestria con cui Judith si barcamena tra viaggi fantomatici, partenze incessanti, aeroporti continui, “doppie case” e doppie identità. Un’ammirazione che lascia ben presto il posto a sensazioni quasi di “franca condanna” quando l’equilibrio instabile inizia a spezzarsi, come in ogni sotterfugio che si rispetti, mostrando una perdita di controllo affascinante e angosciante, gravante su minori innocenti.
Tralasciando il fatto che Abdel conosce l’esistenza del rivale (e qui senz’altro la storia pare stonare, apparendo inverosimile) è innegabile che, fin dalle prime scene, si viene immersi in un’atmosfera intrigante, con una Judith in carriera costantemente in viaggio in occasione di congressi, una donna emancipata sennonché responsabile del danno evolutivo provocato ai figli minori.
“Sei troppo bella”, una delle prime battute a lei rivolte da Abdel, in una Varsavia commerciale e intima, effusioni ben presto messe al tappeto dalle sue stesse lamentele “Mi serve qualcuno che sia con me sempre”.
Si, perché Judith, perennemente in un viaggio della menzogna, più che compensare delle insoddisfazioni incolmabili, arriverà solo a trascurare i suoi figli, ad ingannarli, a far scoppiare in lacrime la piccola Nina e a destare sospetti nei due adolescenti.
Da una parte, quindi, una donna che non rinuncerebbe mai a convegni internazionali, mentre i figli adolescenti trascurati “danno di testa”, accusandola in ogni modo di abbandono.
Troppe trasferte, troppe bugie, in nome del diritto alla carriera, in versione antimaschilista, in una fuga dalle relazioni, e dal proprio Sé.
Margot/Judith, due nomi per una stessa donna, una Virginie Efira abilissima, che sembra nata per interpretare ruoli da bionda hitchockiana, donna divisa tra due vite, due famiglie, due nomi, con il confine franco-svizzero a fare da spartiacque. Una donna senza remore che arriverà a falsificare documenti di identità, a cumulare menzogne, fino a sprofondare nella confusione identitaria e, in una spirale colpevole, nell’incuria materna.
Straziante in proposito la scena in cui la piccola Nina grida “Mamma non andare via”, mentre Judith/Margot dice di dover andare, alla presenza dei nonni alterati, a un convegno e che tornerà presto, chiudendo la porta della casa di una convivenza ormai logorata, con troppa sveltezza.
Promesse possibili, ma anche accuse ineludibili, di fronte al figlio adolescente, sicuro che lei non fosse mai stata ne’ in Polonia né in Italia, molla, questa, che farà scattare la scelta conclusiva.
Un Punto di rottura, un Nodo da sciogliere, un Momento di scelte obbligate, che lo spettatore potrà constatare visionando il film, per una rottura mentale della donna che, da abile manipolatrice, si è tramutata in vittima delle proprie bugie, contraddittoria, stretta in vistosi attacchi di panico, in un film impostato su una tensione crescente, in cui la scelta di una delle due identità e vite, a discapito dell’altra, rappresenta l’unica via di salvezza per mantenere una qualche parvenza di normalità, in favore, nello specifico, della cura di una bambina ossessionata dall’abbandono, a discapito della cura di due figli adolescenti abbandonati a se stessi, tuttavia passibili di esser posti in secondo piano, nell’intento disperato di evitare che il castello di bugie sotterri completamente chi lo abita.
“Chi ha due case perde il senno”, se Eric Rohmer inventava un falso proverbio in Le notti della luna piena, il film di Barraud lo mette in pratica, mettendo in scena confusione mentale e pazzia di una donna che non sa più cosa inventare e non sa chi è veramente (come nel dialogo al limite del tragico con lo psicologo in seguito al fermo di polizia cui viene sottoposta in seguito al possesso del documento della defunta Margot).
Due identità, quindi, dove Margot, in verità una donna morta tre anni prima, non più utilizzabile a fini di una plausibile doppia vita, potrebbe tornare in vita, stavolta come Madeleine Collins.
Sì, perché quel documento di identità, sequestrato dalla polizia perché appartenente a una defunta, in rifacimento come Madeleine, nelle scene finali del film, farebbe proprio presagire un ritorno della “donna che visse due volte”, sulla scia hitchcockiana, difficile da non far presa nel pubblico ormai pronto a ogni stravolgimento. Un pubblico che torna a casa, consapevole che le bugie, quando protratte, ti trasformano in un “pericolo pubblico”, laddove la libertà di fare ed essere deve sempre fare i conti con la sensibilità altrui.
Fino a che punto la donna si spingerà, e quali confini supererà trascinando nel baratro l’esistenza propria e altrui, come in un perfetto teatrino da attrice consumata?
Lei, spettro in perenne peregrinazione, costantemente in viaggio, al confine di un’identità disturbata e sempre sull’orlo del collasso, come farà a riassestare i pezzi di un’identità in frantumi e, soprattutto, riuscirà nell’impresa?
Almeno questo il messaggio e l’interrogativo finali che accompagnano lo spettatore di questo film intenso, ansiogeno, forse crudele, ma pieno di spunti di riflessione e assolutamente “al di là del genere”.
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