Tirrito (Co.G.I): “Legami di parentela nelle cosche, bisogna spezzare le radici”

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“La morte del boss Raffaele Ganci (in foto), capomafia della cosca del quartiere palermitano della Noce, ritenuto un fedelissimo di Totò Riina, deve innescare alcune riflessioni. Ganci aveva 90 anni ed era ricoverato all’ospedale San Paolo, nel reparto detenuti, a Milano. E su di lui, come su altri nomi storici, da tempo è calata una coltre di indifferenza, come se una volta arrivati all’arresto, cosa nostra abbia smesso di essere ciò che è. E’ una deriva assolutamente sbagliata, alla quale bisogna porre rimedio prima che sia tardi”, così  Maricetta TIrrito, portavoce del Co.G.I. (Comitato collaboratori di Giustizia).
“La globalizzazione, anche nel settore criminale – spiega  – ha erroneamente portato a pensare al concetto di lontananza, internazionalità, dimenticando la radice territoriale e familiare della mafia, come se fosse un retaggio d’altri tempi. Invece, se si vanno a leggere le cronache, i nomi che troviamo sono sempre quelli legati a certe famiglie mafiose. Ricordiamo che l’appartenenza a cosa nostra è derivazione di un’affiliazione familiare, che va interrotta. Sono sempre più convinta – afferma ancora Tirrito – che l’ergastolo debba essere ostativo per appartenenti a Cosa Nostra, e che bisogna ricominciare a seguire le discendenze, figli e nipoti, sapere cosa fanno, dove vanno, in cosa sono coinvolti. A meno che questi, non si pentano e seguano pubblicamente un percorso di disconoscimento dei disvalori della famiglia, si dissocino dalle malefatte perpetrate negli anni. Un atto forte, che solo chi ha davvero volontà di girare pagina può compiere.
Voglio lanciare un appello ai magistrati: non smettiamo di pensare a cosa nostra come una struttura che si muove con logiche territoriale e appartenenze familiari servirebbe solo a consentire che lavorino sotto traccia, per poi ritrovarseli davanti agli occhi, magari armati, contro lo Stato. Falcone giustamente diceva di seguire i soldi per arrivare ai capi, aggiungo di seguire la stirpe per fotografare l’intera organizzazione criminale”, conclude Tirrito.
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